“La Coca-Cola”, Claude Nori, Riccione 1982

C’è un’aria strana, quest’anno, sulle coste italiane. Una stagione che doveva esplodere come al solito – tra ponti, festival, prenotazioni last minute e camere “quasi sold out” – si sta invece assestando su un tono più dimesso, più spento, più intermittente. I turisti arrivano, sì. Ma non tutti, non sempre, non con la stessa intensità. E soprattutto: non con lo stesso portafoglio.

Gli infrasettimanali faticano. I soggiorni si accorciano. I budget si restringono. Il desiderio non è più sufficiente a spingere alla prenotazione. Perché se la voglia di vacanza resta alta, la possibilità di permettersela è molto più fragile. Colpa del caro vita, dei salari che non crescono, di una situazione politica internazionale che rende insicuri, di una classe media che non ha più la spensieratezza economica degli anni d’oro.

Ma non è solo un problema congiunturale. Non è solo l’effetto domino di una crisi economica più ampia. Il punto è che il turismo balneare, così come lo abbiamo sempre concepito, è in crisi strutturale. E continuiamo a far finta di niente.

L’estate sta finendo?

Foto di Luigi Ghirri

Per decenni, l’estate italiana è stata una certezza. Due, tre settimane al mare. Stessa spiaggia, stesso ombrellone. Famiglie intere che si trasferivano armi e bagagli in hotel, pensione completa, giochi in spiaggia e serate con l’animazione. Poi il mondo è cambiato. Ma da un pezzo.

Sono cambiate le generazioni. Sono cambiati i lavori, i calendari, le abitudini, i desideri. Oggi si viaggia in modo più fluido, intermittente, ibrido. Il concetto di ferie d’agosto vale per sempre meno persone. Il lavoro è diventato meno stabile ma anche meno centralizzato. Le nuove generazioni non vivono più l’estate come una lunga parentesi scolastica da riempire in massa sulle coste: la pensano come un mosaico di esperienze brevi, veloci, diverse.

E poi, diciamolo, stare due settimane fermi sul lettino non piace più a nessuno. La vacanza deve raccontare qualcosa. Deve essere interessante. Deve avere senso. La spiaggia, da sola, non basta. Non basta più da un pezzo.

“Mare, mare, mare, cosa son venuto a fare?”

Foto di Luigi Ghirri

Ma allora perché le destinazioni continuano a comportarsi come se niente fosse? Perché si insiste con campagne promozionali basate ancora sul binomio “sole e relax”? Perché i materiali turistici parlano sempre e solo di lidi attrezzati, di bandiere blu, di sabbia fine?

Perché siamo pigri. Perché abbiamo vissuto troppo a lungo su un’eredità che credevamo inesauribile.

Il turismo balneare ha goduto per decenni del vantaggio della rendita. È stato facile vendere camere quando c’era domanda garantita. È stato rassicurante investire poco e ottenere comunque tanto. Le destinazioni hanno costruito piani marketing copiando quelli dell’anno prima. Gli hotel hanno rinnovato poco e cambiato ancora meno. Tanto la gente viene lo stesso. E infatti sì, è venuta. Ma oggi chiede di più.

Chiede storie da vivere. Chiede autenticità. Chiede territorio, relazioni, emozioni. Chiede di potersi alzare dal lettino e trovare qualcosa che valga il tempo, non solo lo sforzo. Chiede alternative, esperienze complementari da unire a quella balneare.

La verità è che ci siamo limitati a vendere [anzi, a far comprare] il prodotto più comodo e lasciato fuori tutto il resto: i borghi dell’entroterra, le aziende agricole, le esperienze culturali, il patrimonio enogastronomico, i percorsi alternativi, le relazioni con la comunità. Tutto questo poteva essere parte della narrazione. Ma è rimasto fuori. Perché non lo sapevamo raccontare. O perché non ci interessava davvero farlo.

Stessa spiaggia, stesso mare, stessi alberghi

In questo immobilismo collettivo, anche l’offerta alberghiera ha la sua parte di responsabilità. Troppi hotel fermi nel tempo. Troppe camere identiche da decenni. L’impressione – spesso confermata – è che si viva aspettando il ritorno dell’ospite, non la sua evoluzione.

In molte strutture manca una visione. Manca la personalizzazione. Manca una proposta capace di parlare alle nuove generazioni senza snaturarsi, ma nemmeno ignorarle. La camera, il ristorante, il servizio: tutto sa di già visto. E quando qualcosa cambia, lo fa per adeguarsi, mai per sorprendere.

Quest’anno in particolare c’è poi da osservare che, forse, qualcuno ha tirato un po’ troppo la corda, gonfiando le tariffe oltre ogni logica. Un revenue spesso più sregolato che strategico, aiutato da software che promettono miracoli, auto-proclamandosi in grado di sostituire non solo il revenue manager, ma anche l’etica stessa di vendere un prodotto in modo coerente con il suo valore reale. L’AI va benissimo, ma serve intelligenza. E competenza. Perché automatizzare non significa perdere il controllo dei prezzi né, peggio ancora, del rapporto con l’ospite.

Nel frattempo, il mondo corre. Le catene crescono. Le esperienze si moltiplicano. Il turista sceglie. E chi non ha più voglia di scegliere noi, semplicemente, non lo fa.

Finiti i soldi, finito l’amore

Foto di Luigi Ghirri

Il problema è che ce ne accorgiamo solo ora. Quando i margini si assottigliano. Quando i tavoli restano vuoti il mercoledì sera. Quando il gestionale ci dice che l’anno scorso, a parità di date, avevamo il 15% in più. Solo ora iniziamo a domandarci dove abbiamo sbagliato.

Ma i segnali c’erano. I campanelli suonavano. Le stagioni corte, i week end pieni e il vuoto cosmico tra lunedì e giovedì erano lì, visibili. Solo che le pance erano piene. I bilanci tornavano. E si sa, quando l’estate ti premia, il problema è sempre dell’autunno che arriva troppo presto.

Ora che i conti non tornano più, ora che il turista non basta, iniziamo a parlare di rilancio, di identità, di strategie. Ma la verità è che queste riflessioni arrivano tardi. Non troppo tardi, ma certamente dopo che avremmo dovuto cominciare.

E adesso?

La buona notizia è che non tutto è perduto. Il turismo balneare può ancora reinventarsi. Ma servono idee. Servono destinazioni coraggiose. Serve ammettere che il mare non è il problema, è l’alibi.

Il problema è l’assenza di una proposta integrata, contemporanea, viva. Il problema è la mancanza di un racconto che tenga insieme l’azzurro dell’acqua con il rosso del vino locale, con il verde delle colline dietro, con il colore vivo delle storie delle persone. Il problema è pensare che basti ancora una promozione, una tariffa, una campagna “prenota prima” per fare la differenza.

L’ospitalità balneare italiana è ancora desiderata. Ma non può più vivere sulla nostalgia degli anni ’80, sul mito dell’estate italiana, sulle sabbiature vintage del ricordo. Non basta più. E forse non basta da tempo.